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Poesie per l'anima
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Inviato: Dom Nov 19, 2017 6:47 am    Oggetto: Ads

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latham
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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 11:02 am    Oggetto: Poesie per l'anima Rispondi citando

Nelle tecniche ericksoniane sono molto spesso riportate poesie e storie o metafore dall'utilizzo terapeutico.

Le parole rievocative, le suggestioni implicite nel testo o nella rammemorazione delle emozioni descritte come le analogie di contenuto, sono ricchezze strumentali per ogni terapeuta ed ogni paziente che intraprende una terapia ipnotica.

E quindi nostro desiderio raccogliere quante più poesie o storie terapeutiche gli utenti vogliano postare e contribuire a scrivere.
Ringraziandovi in anticipo, noi dello staff, vi aiuteremo in questo compito letterario di rispettivo piacere alla scoperta di testi di notevole risonanza emotiva Wink

Godetevi quindi, stando seduti comodamente, le meravigliosi parole e sensazioni che ognuna di questi lavori desterà in voi.

Ma non prima di aver fatto due o tre calmi, lenti, profondi, misurati respiri...


Fermati, amico
Methorst-Kuiper A.J.G.,
(dal: Krishnamurti. Il pensiero, la sua missione, la sua poesia)

Fermati, amico:
del celato profumo della vita
ti voglio dire.

La vita non ha filosofie,
nè sottili sistemi di pensiero.

La vita non ha religioni,
né adorazione in santuari profondi.

La vita non ha dèi,
né fardello di misteri paurosi.

La vita non ha dimora,
né lo strazio del decadimento estremo.

La vita non ha piacere, né sofferenza,
né la corruzione dell'amore bramoso.

La vita non ha né bene né male.
Nè la punizione oscura del peccato impudente.

La vita non dà agio,
non posa nel cerchio dell'oblio.

La vita non è spirito o materia,
non è la divisione crudele
fra azione e inazione.

La vita non ha morte,
non ha il vuoto della solitudine
nell'ombra del tempio.

Libero è l'uomo
che vive nell'eterno,
poichè è vita.

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L'ultima modifica di latham il Mar Ago 01, 2006 11:06 am, modificato 1 volta
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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 11:06 am    Oggetto: Rispondi citando

Non amare il florido ramo

Non amare il florido ramo,
non mettere nel tuo cuore
la sua immagine sola;
essa avvizzisce.

Ama l'albero intero,
così amerai il florido ramo,
la foglia tenera e la foglia morta,
il timido bocciolo ed il fiore aperto,
il petalo caduto e la cima ondeggiante,
lo splendido riflesso dell'Amore pieno.

Ama la vita nella sua pienezza,
essa non conosce decadimento.

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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 11:07 am    Oggetto: Rispondi citando

“Due di porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.” (A. Schopenhauer,)

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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 11:10 am    Oggetto: Rispondi citando

Non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così… Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… Salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: essere buoni, esseri giusti, il dovere, l’onestà. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera.

Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che è passato un anno intero ormai e che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. E’ lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce.

Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.

Sai cos’è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un’orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. E’ come se non fosse mai passato nessuno. E’ come se noi non fossimo mai esistiti. Se c’è un luogo, al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. E’ tempo. Tempo che passa. E basta.

Sarebbe un rifugio perfetto, non trovi? Invisibili a qualsiasi nemico. Sospesi. Bianchi come le mie tele non ancora dipinte. Impercettibili anche a se stessi. Ma c’è qualcosa che incrina questo purgatorio. Ed è qualcosa da cui non puoi scappare. Il mare. Il mare incanta, il mare uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto, si traveste da lago o da fiume, oppure costruisce tempeste, divora navi, regala ricchezze, non dà risposte, come te, è saggio, è dolce, è potente, è imprevedibile, come te.

Ma soprattutto: il mare chiama. Lo hai già scoperto, tu. Non fa altro, in fondo, che questo: chiamare. Non smette mai, ti entra dentro, ce l’hai addosso, è te che vuole. Puoi anche far finta di niente, ma non serve. Continuerà a chiamarti. Questo mare che vedi e tutti gli altri che non vedrai, ma che ci saranno, sempre, in agguato, pazienti, come te, un passo oltre la tua vita. Instancabilmente, li sentirai chiamare. Succede in questo purgatorio di sabbia. Succederebbe in qualsiasi paradiso, e in qualsiasi inferno. Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare che ti chiamerà.
Baricco da "Oceano Mare"

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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 11:13 am    Oggetto: Rispondi citando

IL PICCOLO PRINCIPE (capitolo XXI) di Antoine de Saint-Exupe

In quel momento apparve la volpe.
"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo... "
"Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino... "
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, sono così triste... "
"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata".
"Ah! scusa", fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
"Che cosa vuol dire "addomesticare"?"
"Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini", disse il piccolo principe.
"Che cosa vuol dire "addomesticare"?"
"Gli uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No", disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire "addomesticare?"
"È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami...
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".
"Comincio a capire" disse il piccolo principe. "C'è un fiore... credo che mi abbia addomesticato... "
"È possibile", disse la volpe. "Capita di tutto sulla Terra... "
"Oh! non è sulla Terra", disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
"Su un altro pianeta?" "Si".
"Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?" "No".
"Questo mi interessa. E delle galline?"
"No".
"Non c'è niente di perfetto", sospirò la volpe. Ma la volpe ritornò alla sua idea:
"La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano... "
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
"Per favore... addomesticami", disse.
"Volentieri", disse il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non ci conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe. "Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che cosa bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti siederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino... "
Il piccolo principe ritornò l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro,dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore. Ci vogliono i riti".
"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangerò".
"La colpa è tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi... "
"È vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"È certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore ...del grano".
Poi soggiunse: "Và a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perchè è lei che ho innaffiata. Perchè è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perchè è lei che ho riparata col paravento. Perchè su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perchè è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perchè è la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse.
"Addio",...disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
"L'essenziale è invisibile agli occhi", ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.
"È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"È il tempo che ho perduto per la mia rosa... " sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa... "
"Io sono responsabile della mia rosa... " ripetè il piccolo principe per ricordarselo.

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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 11:15 am    Oggetto: Rispondi citando

La ciotola

Un novizio, appena entrato nel monastero, domandò al maestro Chao-chou: "Ti prego, spiegami che cosa devo fare per raggiungere l'illuminazione".
"Hai mangiato la tua zuppa?"
"Si."
"Allora, lava la ciotola."


Commento: Il monaco credeva di dover compiere chissà quali grandi sforzi, chissà quali straordinarie imprese. E invece doveva compiere qualcosa di comunissimo... benché con piena consapevolezza.
Esercitiamoci a svolgere azioni e compiti ordinari - che di solito compiamo meccanicamente, distrattamente - concentrandoci soltanto su di essi. Se mangiamo, siamo consapevoli del mangiare; se camminiamo, siamo consapevoli dei movimenti; se parliamo, siamo consapevoli del parlare; se laviamo i piatti, siamo consapevoli di lavare i piatti, e cosi via..
L'esercizio più semplice consiste nell'essere consapevoli - per cinque minuti, dieci minuti o quanto si vuole - del respiro; è un modo per rientrare in contatto con la natura e con le sue esigenze; è un modo per diventare consapevoli di sé. come tutte le funzioni fondamentali della nostra vita, il respiro va avanti da solo, si auto-regola e non ha bisogno di un atto di volontà. Nello stesso tempo, risente dei nostri stati d'animo.
"Ciò" che respira non è né la nostra volontà né la nostra mente; è il nostro essere più profondo.

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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 11:16 am    Oggetto: Rispondi citando

MATRIMONIO IN CRISI(ANTHONY DE MELLO)

Quando un uomo, il cui matrimonio era in crisi, cercò il suo consiglio, il maestro disse: "Devi imparare ad ascoltare tua moglie".

L'uomo prese a cuore questo consiglio e tornò dopo un mese per dire che aveva imparato ad ascoltare ogni parola che la moglie dicesse.

Il maestro gli disse sorridendo: "Ora torna a casa e ascolta ogni parola che non dice".

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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 11:18 am    Oggetto: Rispondi citando

L'ATTESA

Un cavaliere era innamorato di una nobildonna. Lei gli disse: "Sarò vostra solo quando voi avrete passato cento notti ad aspettarmi seduto su una sedia, nel mio giardino, sotto la mia finestra." Ma alla novantanovesima notte, il cavaliere si alzò, prese la sua sedia sotto il braccio e se n'andò.

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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 11:20 am    Oggetto: Rispondi citando

Il millepiedi

Un millepiedi viveva sereno e tranquillo. Finché un rospo un giorno non disse per scherzo:
"In che ordine metti i piedi l'uno dietro l'altro?"
Il millepiedi incominciò a lambicarsi il cervello e a fare innumerevoli prove.
Il risultato fu che da quel momento non riuscì più a muoversi.


Commento:
Questo succede quando si cerca di sostituire i movimenti e le azioni naturali con altre studiate dalla mente. Chi riuscirebbe, per esempio, a dirigere volontariamente tutto ciò che compie il nostro corpo: far funzionare nello stesso tempo i muscoli, il cervello, gli organi, il metabolismo, la respirazione, il sistema immunitario e cosi via?
Ci sono azioni che devono essere lasciate alla natura, perché essa ha impiegato milioni di anni per arrivare a organizzare e a coordinare il tutto. Quando manchiamo di saggezza e pretendiamo di sostituirci in ogni cosa alla natura, non possiamo che finire come il millepiedi dell'aneddoto.
In meditazione ci si affida alla (propria) natura, che è parte di quella generale, e si cerca di lasciare il maggior spazio possibile alla propria spontaneità.

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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 11:22 am    Oggetto: Rispondi citando

LASCIALO CADERE
Un ricco mercante si recò un giorno dal Buddha. "Dimmi che cosa devo fare per ottenere la liberazione" gli domandò offrendogli un vaso d'argento.
Il Buddha gli rispose: "Lascialo cadere".
L'uomo lasciò cadere a terra il vaso.
Poiché il Buddha si era fatto silenzioso, il visitatore gli ripeté la domanda e, questa volta, gli offrì un piatto d'oro. "Che cosa devo fare per raggiungere la salvezza?"
"Lascialo cadere" gli rispose l'Illuminato.
Il mercante lasciò cadere a terra il piatto.
Poi, visto che non gli veniva data altra indicazione, si decise a ripetere la richiesta, porgendo il dono più prezioso che aveva: un diamante.
Il Buddha gli rispose: "Lascialo cadere". Il visitatore pensò di essere stato preso in giro.
Indignato, si alzò di scatto per andarsene. Fatto qualche passo, si voltò a dare un ultimo sguardo al Buddha.
E questi gli disse: "Lascialo cadere".
All'improvviso il mercante capì.


Commento:
Che cosa capì il mercante? Che cosa doveva lasciar cadere? Evidentemente l'insieme delle sue opinioni su ciò che bisogna fare per ottenere la liberazione, la salvezza. Egli aveva pensato - un po' come tutti i ricchi - di potersela comprare con beni materiali e con offerte. E il Buddha gli aveva detto che questa era un'idea da lasciar cadere. (È la stessa risposta che Bodhidharma diede all'imperatore Wu.)

Ma non bastava: occorreva "lasciar cadere" la mente stessa, con tutto il suo bagaglio di convinzioni, di ambizioni e di reazioni. Fu questa l'intuizione giusta del mercante. Molti di noi, influenzati dai valori comuni, credono che anche nel campo spirituale, si tratti di (acquistare) qualche merito, qualche vantaggio, qualche credito, si tratti di fare qualche buon affare. Dobbiamo piuttosto lasciar cadere questa mentalità mercantilistica.

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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 11:23 am    Oggetto: Rispondi citando

L'uomo e la tigre

Un uomo stava camminando nella foresta quando s'imbatté in una tigre. Fatto dietro-front precipitosamente, si mise a correre inseguito dalla belva. Giunse sull'orlo di un precipizio, ma per fortuna trovò da aggrapparsi al ramo sporgente di un albero.
Guardò in basso, e stava per lasciarsi cadere, quando vide sotto di sé un'altra tigre. Come se non bastasse, arrivarono due grossi topi, l'uno bianco e l'altro nero, che incominciarono a rodere il ramo.
Ancora poco e il ramo sarebbe precipitato.
Fu allora che l'uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Tenendosi con una sola mano, con l'altra spiccò la fragola e lo mangiò.
Com'era dolce!


Commento:
Questo aneddoto illustra la saggezza e l'essenza dello Zen: la capacità di vivere qui ed ora, di cogliere l'attimo fuggente.
Tra le opposte esigenze, tra l'essere e il nulla, tra la vita e la morte, rifiutando tanto lo sconforto quanto l'esaltazione, il saggio sa gustare la dolcezza di un semplice frutto, di un semplice istante.
Meditare è immergersi nel presente, lasciando perdere sia i ricordi sia le preoccupazioni per il futuro. Anche se ci troviamo sull'orlo di un precipizio, questo momento è tutto il nostro tempo. Solo la nostra mente, con le sue previsioni e le sue anticipazioni, ce lo può distruggere.

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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:35 pm    Oggetto: Rispondi citando

NELLE MANI DEL DESTINO -

Un grande guerriero giapponese che si chiamava Nobunaga decise di attaccare il nemico sebbene il suo esercito fosse numericamente soltanto un decimo di quello avversario. Lui sapeva che avrebbe vinto, ma i suoi soldati erano dubbiosi. Durante la marcia si fermò a un tempio shintoista e disse ai suoi uomini: <<Dopo aver visitato il tempio butterò una moneta. Se viene testa vinceremo, se viene croce perderemo. Siamo nelle mani del destino>>. Nobunaga entrò nel tempio e pregò in silenzio. Uscì e getto una moneta. Venne testa. I suoi soldatti erano così impazienti di battersi che vinsero la battaglia senza difficoltà. <<Nessuno può cambiare il destino>> disse a Nobunaga il suo aiutante dopo la battaglia. <<No davvero>> disse Nobunaga, mostrandogli una moneta che aveva testa su tutt'e due le facce.

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Dr. Massimiliano Zisa
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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:36 pm    Oggetto: Rispondi citando

Koan

Un maestro zen è appeso con i denti al ramo di un albero. Sotto, passa un monaco che gli domanda: "Spiegami che cos'è la verità". Se risponde, precipita e more. Se non risponde, manca al suo compito. Che cosa deve fare?".

In apparenza non c'è via d'uscita: parlare fa precipitare, ma il silenzio non comunica nulla a chi non è preparato. Eppure una possibilità di risposta esiste sempre, anche nelle situazioni più disperate... "Quando sei in un vicolo cieco," consiglia un detto zen "cambia la tua mente; quando hai cambiato la tua mente, puoi uscirne." Un maestro afferma: "Anche se siete appesi a una rupe, dovete mollare la presa, aver fiducia in voi stessi e accettare l'esperienza".

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Dr. Massimiliano Zisa
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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:38 pm    Oggetto: Rispondi citando

Obbedienza

Le lezioni del maestro Bankei non erano frequentate solo dai maestri di Zen ma anche da persone di ogni ceto ed ogni setta. Lui non recitava i sutra nè si dilungava in dissertazioni dottrinali. Al contrario, le parole gli uscivano direttamente dal cuore e raggiungevano il cuore di chi lo ascoltava.

Che lui avesse un pubblico tanto numeroso fece infuriare un prete della setta di Nichiren, perchè tutti i suoi seguaci lo avevano abbandonato per andare a sentire lo Zen. L’egocentrico prete Nichiren si recò al tempio, risoluto ad avere un contraddittorio con Bankei.

“Eh, insegnante di Zen - gridò - Aspetta un momento. Chi ti rispetta obbedirà a quello che dici ma un uomo come me non ti rispetta. Puoi convincermi ad obbedirti? “.

“Vieni qui accanto a me e te ne darò la prova” disse Bankei. Con aria altera il prete si fece largo in mezzo alla folla e si avvicinò all’insegnante. Bankei sorrise: ” Vieni qui alla mia sinistra”. Il prete obbedì. “No” disse Bankei, parleremo meglio se ti metti alla mia destra. Vieni da quest’altra parte”. Con aria sprezzante il prete passò dall’altra parte.

“Come vedi” osservò Bankei ” tu mi stai obbedendo, e io trovo che sei veramente gentile. Ora siediti e ascolta”


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Dr. Massimiliano Zisa
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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:39 pm    Oggetto: Rispondi citando

Tazza di tè

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevvette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. “E’ ricolma. Non ce n’entra più!”

“Come questa tazza, - disse Nan-in - tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen se prima non vuoti la tazza?”

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Dr. Massimiliano Zisa
Psicologo e Psicoterapeuta e Ipnotista
Socio Ordinario della Società Italiana Ipnositerapia e Psicoterapia Ericksoniana
Research Staff Monitor Ricerche Cliniche della S. C. Oncologia dell'A.S.F. di Firenze

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