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Poesie per l'anima
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Inviato: Dom Nov 19, 2017 6:33 am    Oggetto: Ads

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latham
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Registrato: 19/02/06 19:53
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 9:26 am    Oggetto: Rispondi citando

I due cavalli
di Leone Tolstoj


Due cavalli tiravano ognuno il proprio carro. Il primo cavallo non si fermava mai; ma l'altro sostava di continuo. Allora tutto il carico viene messo sul primo carro. Il cavallo che era dietro e che ormai tirava un carro vuoto, disse sentenzioso al compagno:
- Vedi? Tu fatichi e sudi! Ma più ti sforzerai, più ti faranno faticare.
Quando arrivarono a destinazione, il padrone si disse:
- Perché devo mantenere due cavalli! Mentre uno solo basta a trasportare i miei carichi? Meglio sarà nutrir bene l'uno, e ammazzare l'altro; ci guadagnerò almeno la pelle del cavallo ucciso!
E così fece.

Il contadino e lo spirito del fiume
di Leone Tolstoj


Un contadino fece cadere l'accetta nel fiume. Dal dispiacere s'accovacciò sulla riva, e si mise a piangere.
Lo sentì lo spirito dei fiume: ebbe pietà del contadino, uscì dall'acqua portandogli un'accetta d'oro, e gli disse: è tua quest'accetta?
Il contadino disse: - No, non è la mia.
Lo spirito uscì dall'acqua con una seconda accetta, questa volta d' argento.
Il contadino disse di nuovo: - Non è l'accetta mia. Allora lo spirito gli portò la sua vera accetta. il contadino disse: - Questa sì ch'é l'accetta mia!
Lo spirito regalò al contadino tutt'e tre le accette, perché era stato così veritiero.
Tornato a casa, il contadino fece vedere le tre accette agli amici, e raccontò tutto quello che gli era accaduto.
Ed ecco che uno di quei contadini pensò di fare la stessa cosa; andò al fiume, buttò giù a bella posta la sua accetta nell'acqua, s'accovacciò sulla riva e si mise a piangere.
Lo spirito del fiume venne fuori con l'accetta d'oro e gli domandò: - E' questa la tua accetta?
Il contadino, tutto contento, si mise subito a gridare: - è la mia, è la mia!
Lo spirito, allora, non solo non gli diede l'accetta d'oro, ma nemmeno quella sua gli rese più, giacché era stato così bugiardo.

Il corvo e i suoi piccini
di Leone Tolstoj


Un corvo aveva fatto il nido, in un'isola. Quando gli nacquero i piccini, pensò che sarebbe stato meglio trasportarli sulla terraferma.
Prese tra gli. artigli il figlio più piccolo e si staccò dall'isola volando sopra lo stretto.
Quando giunse in mezzo al mare, si sentì molto stanco: le sue ali battevano l'aria sempre più lente.
- Oggi io sono grande e forte e porto mio figlio sul mare perché mio figlio è debole - pensava il corvo. - Quando esso sarà cresciuto e sarà diventato forte, mentre io sarò debole e vecchio, chissà se mi ricompenserà delle fatiche che io sostengo oggi e se mi trasporterà come io faccio, da un luogo all'altro.
Il corvo decise allora di accertarsi subito e chiese al suo piccolo:
- Quando tu sarai forte e io sarò vecchio e debole, mi aiuterai come faccio io ora con te? Mi trasporterai da un luogo all'altro? Dimmi la verità….
Il piccolo corvo vide in basso il mare e, temendo che il padre lo lasciasse cadere, si affrettò a rispondere:
- Si, sì, ti aiuterò, ti trasporterò!

Il falco e il gallo
di Leone Tolstoj


Un falco, addestrato dal suo padrone, quando costui lo chiamava, veniva a posarsi sul suo pugno.
Il gallo invece, all'avvicinarsi del padrone, strillava e fuggiva spaventato.
Disse il falco al gallo: - Voi galli siete servi ingrati. Correte dai vostri padroni soltanto quando avete fame. Noi, invece, uccelli selvatici, siamo ben diversi: siamo più forti e più veloci e non fuggiamo quando gli uomini s'avvicinano. E se ci chiamano, corriamo e ci posiamo sul loro pugno. Non dimentichiamo ch'essi ci danno da mangiare.
Rispose il gallo: - Se voi non fuggite all'avvicinarsi dell'uomo, è perché non avete mai visto il falco allo spiedo, mentre noi non vediamo che polli arrosto.

IL LEONE E IL PICCOLO CANE
(tratto da una storia vera)
di Leone Tolstoj

C’era a Londra un serraglio che si poteva visitare sia comprando un biglietto,sia consegnando al controllo ,invece del denaro,cani o gatti randagi,che servivano da pasto agli animali.Un pover’uomo un giorno volle vedere le bestie feroci e non avendo monete,raccolse per strada un piccolo cane e lo portò al serraglio.Fu lasciato entrare.Il cucciolo fu gettato nella gabbia del leone,perché gli servisse da pasto.Una volta lì,si mise la coda fra le zampe e si rannicchiò in un angolo,mentre il leone si avvicinò a lui e lo fiutò in un istante.Il cagnolino si era steso sulla schiena e,con le zampe in aria, dimenava la coda.Il leone lo tastò con la zampa e lo rimise in piedi.Il cucciolo si alzò e gli fece le moine,mentre la belva lo seguiva con gli occhi ,portando la testa ora a destra,ora a sinistra,e non lo toccava. Quando il guardiano del serraglio gli ebbe lanciato la sua razione di carne,il leone ne lacerò un pezzetto,che lasciò per il cagnolino.Verso sera,quando il leone si coricò per dormire,il cucciolo si addormentò presso di lui e gli mise la testa sulla zampa.Da quel giorno il cagnolino rimase nella gabbia del leone,il quale lo lasciava tranquillo.Mangiavano e dormivano di buon accordo e qualche volta il leone giocava con lui.Un giorno un signore ,che era venuto a visitare il serraglio,dichiarò di essere il proprietario di quel cane e pretese che gli fosse consegnato.Il direttore del serraglio acconsentì,ma quando si tentò di far uscire il cucciolo dalla gabbia,il leone si inferocì e non ci fu modo di liberare il cucciolo. I due animali vissero un anno intero nella medesima gabbia,poi il cagnolino si ammalò e morì.Il leone,straziato,si rifiutò di mangiare,non smetteva di fiutare il suo compagno di giochi e lo carezzava con la zampa,quasi come se volesse svegliarlo.Quando però ebbe capito che era proprio morto,diede un balzo,arruffò il pelo,si battè i fianchi con la coda,si gettò contro le sbarre,si mise a rodere i catenacci della sua gabbia e il suo furore durò per tutto il giorno.Si precipitava da ogni parte,ruggendo per il dolore.Soltanto verso sera,calmatosi,si coricò accanto al cagnolino morto.Il guardiano voleva portar via il cadaverino,ma il leone non lasciava avvicinare nessuno.Il direttore pensò di calmare il dispiacere della belva mettendo nella gabbia un altro cagnetto e ciò fu presto fatto. Immediatamente il leone gli si avventò contro e lo divorò.Poi prese il suo caro compagno morto,lo pose fra le sue zampe e restò coricato cinque giorni,tenendolo così abbracciato.Il sesto giorno anche il leone fu trovato morto.

L'asino vestito della pelle del leone e la volpe
di Leone Tolstoj

Un asino si mise addosso la pelle di un leone e andava attorno seminando il terrore fra tutte le bestie. Vide una volpe e volle provarsi a far paura anche a lei. Ma quella, che per caso aveva già sentito la sua voce un'altra volta, gli disse:
- Sta pur sicuro che, se non ti avessi ma sentito ragliare, avresti fatto paura anche a me.
Così ci sono degli ignoranti che, grazie alle loro fastose apparenze, sembrerebbero persone importanti, se la smania di parlare non li tradisse.

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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 11:38 am    Oggetto: Rispondi citando

La storia della gru riconoscente Tsuru (gru)

Un giovane uomo molto povero vive in una capanna da solo. Mentre torna a casa durante un giorno d'inverno, sente uno strano rumore. Una gru ferita si dibatte nella neve con l'ala trafitta da una freccia. Compassionevole l'uomo si avvicina e la soccorre. Estratta la freccia lascia libera la gru che spicca il volo e si allontana all'orizzonte. L'uomo rientra in casa e dimentica la vicenda. La sera qualcuno bussa alla porta. Si tratta di una bella fanciulla che si è persa e chiede ospitalità. Anche il giorno seguente la ragazza chiede di restare, e così anche il terzo giorno. Infine l'uomo sedotto da tanta bellezza chiede alla fanciulla di sposarlo, ed ella accetta immediatamente. Nonostante siano poveri essi vivono felicemente. Però l'inverno è lungo e freddo, e non hanno nemmeno i soldi per mangiare. Un giorno la sposa decide di tessere per guadagnare del denaro. Si chiude in camera col telaio e avverte il marito di non entrare e non guardare assolutamente nella camera prima che la stoffa sia finita. In tre giorni completa un tessuto di qualità finissima che vende in città a un buon prezzo. Il marito ha bisogno però di altri soldi. Così la moglie si chiude in camera per lavorare. Purtroppo l'uomo infrange la promessa e per curiosità la spia. All'interno della stanza c'è una gru che tesse la stoffa usando le sue piume. L'uccello si accorge della sua presenza e si trasforma nella moglie. Ella è la gru salvata nella neve che per gratitudine è diventata sua moglie. Adesso che è stata scoperta deve andare via.
Un aspetto della fiaba della gru è tipicamente giapponese ed è lo stesso che si trova in altre fiabe, ad esempio Urashima, cioè il rispetto del mistero. La morale è che non si deve distruggere l'incanto della bellezza con la curiosità e il desiderio di sapere ad ogni costo.

Ill dubbio è un prezioso unguento


Il dubbio è un prezioso unguento;
benchè bruci,
esso guarisce.

Io ti dico, invita il dubbio
quando il desiderio t'incalza,
invoca il dubbio
quando la tua ambizione
sorpassa gli altri in pensiero;
risveglia il dubbio
quando il tuo cuore esulta
di un grande amore.

Io ti dico:
il dubbio crea l'amore eterno,
il dubbio purifica lo spirito
della sua corruzione.
Così la forza dei tuoi giorni
sarà ftta di comprensione.

Per la piena via del cuore,
per il volo dello spirito,
lascia che il dubbio
laceri i tuoi legami.

Come i freschi venti montani
destano le ombre nella valle,
lascia che il dubbio
inviti la danza
il languido amore di una mente soddisfatta.

Non lasciare che il dubbio
si insinui oscuramente nel tuo cuore.

Io ti dico:
il dubbio è prezioso unguento;
benchè bruci, pure guarisce.
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Zisa



Registrato: 20/02/06 16:56
Messaggi: 38

MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 12:54 pm    Oggetto: Rispondi citando

O AMICO

O amico,
la Verità non si lega.

Essa è come l'aria,
libera, sconfinata,
incalcolabile,
indistruttibile.

Essa non ha dimora,
non ha né tempio né altare;
essa non è di un Dio,
per quanto zelo dispieghino
i suoi fedeli.

Puoi dire da quale fiore
l'ape raccolga il miele soave?

O amico,
lascia l'eresia agli eretici,
la religione agli ortodossi,
ma raccogli la Verità
dalla polvere della tua esperienza.


_________________
Dr. Massimiliano Zisa
Psicologo e Psicoterapeuta e Ipnotista
Socio Ordinario della Società Italiana Ipnositerapia e Psicoterapia Ericksoniana
Research Staff Monitor Ricerche Cliniche della S. C. Oncologia dell'A.S.F. di Firenze

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Zisa



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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 1:02 pm    Oggetto: Rispondi citando

IL MALE e IL BENE

Ho vissuto il bene e il male degli uomini,
e l'orizzonte del mio amore si è fatto cupo.

Ho saputo la moralità
e l'immoralità degli uomini,
e il mio pensiero ansioso si è fatto crudele.

Ho partecipato alla pietà
e all'esperienza degli uomini,
e il fardello della vita si è fatto greve.

Ho seguito la corsa dell'ambizione,
e la gloria della vita s è fatta vana.

E infine ho scoperto
la recondita meta del desiderio.


_________________
Dr. Massimiliano Zisa
Psicologo e Psicoterapeuta e Ipnotista
Socio Ordinario della Società Italiana Ipnositerapia e Psicoterapia Ericksoniana
Research Staff Monitor Ricerche Cliniche della S. C. Oncologia dell'A.S.F. di Firenze

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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 1:09 pm    Oggetto: Rispondi citando

Il segreto del desiderio

Scopri il fine segreto del tuo desiderio,
così non vivrai nell'illusione.

Che puoi sapere della felicità
se non hai camminato
nella valle dell'afflizione?

Che puoi sapere della libertà
se non hai gridato a gran voce
nei ceppi della schiavitù?

Che puoi sapere dell'amore
se non hai cercato di scioglierti
dalla prigionia dell'amore?

Ho visto i fiori sbocciare
nelle ore senza luce
di una notte serena.

_________________
Dr. Massimiliano Zisa
Psicologo e Psicoterapeuta e Ipnotista
Socio Ordinario della Società Italiana Ipnositerapia e Psicoterapia Ericksoniana
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 1:19 pm    Oggetto: Rispondi citando

Dei Figli

E una donna che reggeva un bambino al seno disse: parlaci dei Figli.

Ed egli disse:
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie dell'ardore che la Vita ha per se stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
e benchè vivano con voi non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
poichè essi hanno i loro propri pensieri.
Potete dar ricetto ai loro corpi ma non alle loro anime,
poichè le loro anime dimorano nella casa del domani, che neppure in sogno vi è concesso di visitare.

Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercate di rendere essi simili a voi.

Poichè la vita non va mai indietro nè indugia con l'ieri.
Voi siete gli archi da cui i vostri figli come frecce vive sono scoccate.

L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito, e vi piega e vi flette con la sua forza perchè le sue frecce vadano veloci e lontare.

Fate che sia gioioso e lieto questo vostro essere piegati dalla mano dell'Arciere:
Poichè come ama la freccia che scaglia, così Egli ama anche l'arco che è saldo.

_________________
Dr. Massimiliano Zisa
Psicologo e Psicoterapeuta e Ipnotista
Socio Ordinario della Società Italiana Ipnositerapia e Psicoterapia Ericksoniana
Research Staff Monitor Ricerche Cliniche della S. C. Oncologia dell'A.S.F. di Firenze

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OccamRazor



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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 9:55 pm    Oggetto: Rispondi citando

"Occorre avere un po’ di caos in sé per partorire una stella danzante."

Friedrich Nietzsche

_________________
"Su ciò di cui non si può parlare bisogna tacere."

Ludwig Wittgenstein
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 10:02 pm    Oggetto: Rispondi citando

Istanti

Se io potessi vivere nuovamente la mia vita
nella prossima cercherei di commettere più errori.

Non tenterei di essere tanto perfetto, mi rilasserei di più
sarei più stolto di quello che sono stato,
in verità prenderei poche cose sul serio.

Correrei più rischi, viaggerei di più, scalerei più montagne,
contemplerei più tramonti e attraverserei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono stato,
avrei più problemi reali e meno problemi immaginari.

Io sono stato una di quelle persone che vivono sensatamente,
producendo ogni minuto della vita.

E’ chiaro che ho avuto momenti di allegria,
ma se tornassi a vivere, cercherei di avere soltanto momenti buoni.

Perché di questo è fatta la vita,
solo di momenti da non perdere.

Io ero una di quelle persone che mai andavano da qualche
parte senza un termometro, una borsa d’acqua calda, un ombrello e un paracadute:
se tornassi a vivere, viaggerei più leggero.

Se io potessi tornare a vivere, comincerei ad andare scalzo
all’inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell’autunno.

Girerei più volte nella mia strada, contemplerei più aurore
e giocherei di più con i bambini.

Se avessi un’altra volta la vita davanti...
Ma, vedete, ho ottantacinque anni e non ho un’altra possibilità.

Jorge Luis Borges

_________________
"Su ciò di cui non si può parlare bisogna tacere."

Ludwig Wittgenstein
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Luca
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 10:13 pm    Oggetto: Rispondi citando

Paradiso e Inferno

- fiaba cinese-

Dopo una lunga e coraggiosa vita, un valoroso samurai giunse nell'aldilà e fu destinato al paradiso.
Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un'occhiata anche all'inferno.
Un angelo lo accontentò.
Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt'intorno, erano smunti, pallidi, lividi e scheletriti da far pietà.
"Com'è possibile?" chiese il samurai alla sua guida.
"Con tutto quel ben di Dio davanti!"
"Ci sono posate per mangiare, solo che sono lunghe più di un metro e devono essere rigorosamente impugnate all'estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca"
Il coraggioso samurai rabbrividì.
Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppure una briciola sotto ai denti.
Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso.
Qui lo attendeva una sorpresa.
Il paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno!
Dentro l’immenso salone c’era un’infinita tavolata di gente seduta davanti ad un’identica sfilata di piatti deliziosi.
Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca.
C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.
“Ma com’è possibile?”, chiese stupito il coraggioso samurai.
L’angelo sorrise:
“All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché così si sono sempre comportati nella loro vita. Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”.
Paradiso e inferno sono nelle tue mani.
Oggi.
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Luca
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 10:16 pm    Oggetto: Rispondi citando

L'albero e il bambino (Shel Silverstein)

C'era una volta un albero che amava un bambino. Il bambino veniva a visitarlo tutti i giorni.
Raccoglieva le sue foglie con le quali intrecciava delle corone per giocare al re della foresta. Si arrampicava sul suo tronco e dondolava attaccato al suoi rami. Mangiava i suoi frutti e poi, insieme, giocavano a nascondino.
Quando era stanco, il bambino si addormentava all'ombra dell'albero, mentre le fronde gli cantavano la ninna nanna.
Il bambino amava l'albero con tutto il suo piccolo cuore.
E l'albero era felice.
Ma il tempo passò e il bambino crebbe.
Ora che il bambino era grande, l'albero rimaneva spesso solo.
Un giorno il bambino venne a vedere l'albero e l'albero gli disse:
"Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l'altalena con i miei rami, mangia i miei frutti, gioca alla mia ombra e sii felice".
"Sono troppo grande ormal per arrampicarmi sugli alberi e per giocare", disse il bambino. "Io voglio comprarmi delle cose e divertirmi. Voglio dei soldi. Puoi darmi dei soldi?".
"Mi dispiace", rispose l'albero "ma io non ho dei soldi. Ho solo foglie e frutti. Prendi i miei frutti, bambino mio, e va' a venderli in città. Così avrai dei soldi e sarai felice".
Allora il bambino si arrampicò sull'albero, raccolse tutti i frutti e li porto via.
E l'albero fu felice.
Ma il bambino rimase molto tempo senza ritornare... E l'albero divenne triste.
Poi un giorno il bambino tornò; l'albero tremò di gioia e disse:
"Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l'altalena con i miei rami e sii felice".
"Ho troppo da fare e non ho tempo di arrampicarmi sugli alberi", rispose il bambino. "Voglio una casa che mi ripari", continuò. "Voglio una moglie e voglio dei bambini, ho dunque bisogno di una casa. Puoi danni una casa?".
"Io non ho una casa", disse l'albero. "La mia casa è il bosco, ma tu puoi tagliare i miei rami e costruirti una casa. Allora sarai felice".
Il bambino tagliò tutti i rami e li portò via per costruirsi una casa. E l'albero fu felice.
Per molto tempo il bambino non venne. Quando ritornò, l'albero era così felice che riusciva a malapena a parlare.
"Avvicinati, bambino mio", mormorò "vieni a giocare".
"Sono troppo vecchio e troppo triste per giocare", disse il bambino. "Voglio una barca per fuggire lontano di qui. Tu puoi darmi una barca?".
"Taglia il mio tronco e fatti una barca", disse l'albero. "Così potrai andartene ed essere felice".
Allora il bambino tagliò il tronco e si fece una barca per fuggire. E l'albero fu felice... ma non del tutto.
Molto molto tempo dopo, il bambino tornò ancora.
"Mi dispiace, bambino mio", disse l'albero "ma non resta più niente da donarti... Non ho più frutti".
"I miei denti sono troppo deboli per dei frutti", disse il bambino.
"Non ho più rami", continuò l'albero "non puoi più dondolarti".
"Sono troppo vecchio per dondolarmi ai rami", disse il bambino.
"Non ho più il tronco", disse l'albero. "Non puoi più arrampicarti".
"Sono troppo stanco per arrampicarmi", disse il bambino.
"Sono desolato", sospirò l'albero. "Vorrei tanto donarti qualcosa... ma non ho più niente. Sono solo un vecchio ceppo. Mi rincresce tanto...".
"Non ho più bisogno di molto, ormai", disse il bambino. "Solo un posticino tranquillo per sedermi e riposarmi. Mi sento molto stanco".
"Ebbene", disse l'albero, raddrizzandosi quanto poteva "ebbene, un vecchio ceppo è quel che ci vuole persedersi e riposarsi. Avvicinati, bambino mio, siediti. Siediti e riposati".
Così fece il bambino.
E l'albero fu felice."
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Luca
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 10:18 pm    Oggetto: Rispondi citando

La pietra azzurra
- B. Ferrero -

Il gioielliere era seduto alla scrivania e guardava distrattamente la strada attraverso la vetrina del suo elegante negozio.
Una bambina si avvicinò al negozio e schiacciò il naso contro la vetrina. I suoi occhi color del cielo si illuminarono quando videro uno degli oggetti esposti.
Entrò decisa e puntò il dito verso uno splendido collier di turchesi azzurri.
"E per mia sorella. Può farmi un bel pacchetto regalo?".
Il padrone del negozio fissò incredulo la piccola cliente e le chiese: "Quanti soldi hai?".
Senza esitare, la bambina, alzandosi in punta di piedi, mise sul banco una scatola di latta, la aprì e la svuotò. Ne vennero fuori qualche biglietto di piccolo taglio, una manciata di monete, alcune conchiglie, qualche figurina.
"Bastano?", disse con orgoglio. "Voglio fare un regalo a mia sorella più grande. Da quando non c'è più la nostra mamma, è lei che ci fa da mamma e non ha mai un secondo di tempo per se stessa. Oggi è il suo compleanno e sono certa che con questo regalo la farò molto felice. Questa pietra ha lo stesso colore dei suoi occhi".
L'uomo entra nel retro e ne riemerge con una stupenda carta regalo rossa e oro con cui avvolge con cura l'astuccio.
"Prendilo" disse alla bambina. "Portalo con attenzione".
La bambina partì orgogliosa tenendo il pacchetto in mano come un trofeo.
Un'ora dopo entrò nella gioielleria una bella ragazza con la chioma color miele e due meravigliosi occhi azzurrì. Posò con decisione sul banco il pacchetto che con tanta cura il gioielliere aveva confezionato e dichiarò:
"Questa collana è stata comprata qui?".
"Sì, signorina".
"E quanto è costata?".
"I prezzi praticati nel mio negozio sono confidenziali: riguardano solo il mio cliente e me".
"Ma mia sorella aveva solo pochi spiccioli. Non avrebbe mai potuto pagare un collier come questo".
Il gioielliere prese l'astuccio, lo chiuse con il suo prezioso contenuto, rifece con cura il pacchetto regalo e lo consegnò alla ragazza.
"Sua sorella ha pagato. Ha pagato il prezzo più alto che chiunque possa pagare: ha dato tutto quello che aveva".
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Luca
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 10:21 pm    Oggetto: Rispondi citando

La Farfalla

Un giorno, apparve un piccolo buco in un bozzolo; un uomo che passava per caso, si mise a guardare la farfalla che per varie ore, si sforzava per uscire da quel piccolo buco.
Dopo molto tempo, sembrava che essa si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa dimensione. Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva, e che non avesse più la possibilità di fare niente altro. Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla:
prese un temperino ed aprì il bozzolo.La farfalla uscì immediatamente. Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento. L’uomo continuò ad osservare perché sperava che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero capaci di sostenere il corpo, e che essa cominciasse a volare. Non
successe nulla! In quanto, la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate.Non fu mai capace di volare. Ciò che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e con l’intenzione di aiutare non capiva, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario affinché la farfalla potesse trasmettere il fluido del suo corpo alle sue ali, così che essa potesse volare.
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Luca
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 10:23 pm    Oggetto: Rispondi citando

Il Muro di Bruno Ferrero

In un deserto aspro e roccioso vivevano due eremiti. Avevano trovato due grotte che si spalancavano vicine, una di fronte all'altra.
Dopo anni di preghiere e feroci mortificazioni, uno dei due eremiti era convinto di essere arrivato alla perfezione.
L'altro era un uomo altrettanto pio, ma anche buono e indulgente. Si fermava a conversare con i rari pellegrini, confortava e ospitava coloro che si erano persi e coloro che fuggivano.
"Tutto tempo sottratto alla meditazione e alla preghiera" pensava il primo eremita. Che disapprovava le frequenti, anche se minuscole, mancanze dell'altro.
Per fargli capire in modo visibile quanto fosse ancora lontano dalla santità, decise di posare una pietra all'imboccatura della propria grotta ogni volta che l'altro commetteva una colpa.
Dopo qualche mese davanti alla grotta c'era un muro di pietre grigio e soffocante. E lui era murato dentro.

Talvolta intorno al cuore costruiamo dei muri, con le piccole pietre quotidiane dei risentimenti, le ripicche, i silenzi, le questioni irrisolte, le imbronciature.
Il nostro compito più importante è impedire che si formino muri intorno al nostro cuore. E soprattutto cercare di non diventare "una pietra in più nei muri degli altri".
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Zisa



Registrato: 20/02/06 16:56
Messaggi: 38

MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 10:30 pm    Oggetto: Rispondi citando

Il cuore più bello

C'era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone: diceva di avere il cuore più bello dei mondo o, quantomeno, dell'intera vallata. Tutti quanti erano sbalorditi per questo, e glielo ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto. Erano tutti concordi nell'ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane s'insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso.

All'improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio che, emergendo dalla folla disse: "Beh, a onor del vero, il tuo cuore è molto meno bello del mio!" Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti: della folla, e del ragazzo.

Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici. C'erano zone dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene. Così il cuore risultava tutto bitorzoluto. Per giunta, era pieno di grossi buchi, dove mancavano interi pezzi. Così tutti quanti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, e si domandavano come egli potesse affermare che il suo cuore fosse non solo bello, ma il più bello!
Il giovane guardò com'era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere: "Starai scherzando!" disse.

"Confronta il tuo cuore col mio: il mio è perfetto, Mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime". "Vero", ammise il vecchio. "Il tuo ha un
aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai a cambio col mio. Vedi, ogni ferita che tu vedi rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore: ho staccato un pezzo del mio cuore e gliel'ho dato. Spesso ho ricevuto in cambio un pezzo del loro cuore, a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma, certo, ciò che dai non è mal esattamente uguale a quel che ricevi così ho qualche bitorzolo, a cui sono molto affezionato, però: ciascuno mi ricorda l'amore che ho condiviso.

Altre volte, invece, ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto: questo ti spiega le voragini. Amare, tu lo sai, è rischioso, ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l'amore che provo anche per queste persone... e chissà? Forse un giorno ritorneranno e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi, adesso, che cosa sia la vera bellezza?".

Il giovane era rimasto senza parole, e lacrime copiose gli rigavano il volto. Prese un pezzo del proprio cuore, corse incontro al vecchio, e glielo offrì con le mani che gli tremavano. Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi prese un pezzo del suo vecchio cuore rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. Ci entrava, ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo. Il giovane guardò il suo cuore, che non era più il cuore più bello del mondo, eppure lo trovava meraviglioso come mai: perché l'amore dei vecchio ora scorreva dentro di lui!

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Dr. Massimiliano Zisa
Psicologo e Psicoterapeuta e Ipnotista
Socio Ordinario della Società Italiana Ipnositerapia e Psicoterapia Ericksoniana
Research Staff Monitor Ricerche Cliniche della S. C. Oncologia dell'A.S.F. di Firenze

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Zisa



Registrato: 20/02/06 16:56
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 10:45 pm    Oggetto: Rispondi citando

I giorni perduti

Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa sul camion.Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all'estrema periferia della città fermandosi sul ciglio di un vallone.Kazirra scese dall'auto ed andò a vedere.

Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e , fatti pochi passi, la scaraventò nel vallone, che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.Si avvicinò all'uomo e gli chiese: "Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c'era dentro? E cosa sono tutte queste casse?"Quello lo guardò e sorrise: "Ne ho ancora sul camion da buttare. Sono i giorni."

"Che giorni?"

"I tuoi giorni."

"I miei giorni?"

"I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?" Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.

C'era dentro una strada d'autunno , e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se ne andava per sempre. E lui neppure la chiamava.

Ne aprì un secondo. C'era una camera d'ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.

Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk, il fedele mastino, che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare. Si sentì prendere da una certa cosa quì alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere. "Signore!" gridò Kazirra, mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.

Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell'aria, e all'istante scomparve anche il gigantesco cumulo di casse misteriose.

E l'ombra della notte scendeva.

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Dr. Massimiliano Zisa
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