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Inviato: Dom Nov 19, 2017 6:51 am    Oggetto: Ads

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Zisa



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Messaggi: 38

MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:40 pm    Oggetto: Rispondi citando

Trovare un diamante su una strada fangosa

Gudo era l’insegnante dell’imperatore del suo tempo. Però viaggiava sempre da solo come un mendicante girovago. Una volta, mentre era in cammino verso Edo, il centro culturale e politico dello shogunato, si trovò nei pressi di un piccolo villaggio chiamato Takenaka. Era sera e pioveva a dirotto. Gudo era bagnato fradicio. I suoi sandali di paglia erano a pezzi.In una casa colonica vicino al villaggio vide quattro o cinque paia di sandali su un davanzale e decise di comprarne un paio.

La donna che gli vendette i sandali, vedendolo così bagnato, lo invitò a passare la notte lì in casa. Gudo accettò con molti ringraziamenti. Entrò e recitò un sutra davanti al reliquiario della famiglia. Poi la donna lo presentò alla madre e ai suoi figli. Notando che avevano un’aria afflitta, Gudo domandò se fosse accaduta una qualche disgrazia. “Mio marito gioca d’azzardo ed è un beone- gli spiegò la padrona di casa- Quando gli capita di vincere si ubriaca e diventa manesco. Quando perde si fa prestare i soldi dagli altri. A volte, quando è ubriaco fradicio non rincasa nemmeno. Cosa posso fare?” “Lo aiuterò io- disse Gudo- Ecco un po’ di denaro. Procurami un gallone di vino buono e qualcosa di suzzicante da mangiare. Poi andatevene a dormire. Io resterò in meditazione davanti al reliquiario.”

Quando il marito della donna intorno a mezzanotte rincasò completamente ubriaco, si mise a berciare : ” Ehi, moglie, io sono a casa. Non c’è niente da mangiare?”. “Qualcosa se l’ho io - disse Gudo- “Sono stato sorpreso dalla pioggia e tua moglie mi ha gentilmente invitato a passare qui la notte. Per ringraziarla ho comprato del pesce ed un po’ di vino, sicchè puoi gustarne anche tu”. L’uomo fu tutto contento. Bevve subito il vino e si sdraiò sul pavimento. Gudo rimase in meditazione accanto a lui.

Quando il marito si svegliò la mattina dopo, non ricordava più nulla della sera prima. ” CHi sei ? Da dove vieni?” domandò a Gudo, che stava ancora meditando. ” Sono Gudo di Kyoto e sto andando a Edo” rispose il maestro Zen. L’uomo provò un’immensa vergogna. Non la finiva più di scusarsi con l’insegnante del suo imperatore. Gudo sorrise ” In questa vita tutto è instabile. La vita è brevissima. Se tu continui a giocare e a bere, non ti resterà il tempo di fare altro, e farai soffrire anche la tua famiglia”

Fu come se la coscienza del marito si ridestasse da un sogno :” Come potrò mai ricompensarti per questo meraviglioso ammaestramento? Lascia che ti accompagni e porti la tua roba per un pezzo di strada”. “Come vuoi” acconsuntì Gudo. I due si misero in cammino . Dopo tre miglia Gudo disse all’uomo di tornare indietro. “Altre cinque miglia soltanto” lo pregò quello e continuarono a camminare.

“Ora puoi tornare indietro” disse Gudo. “Faccio ancora dieci miglia” rispose l’uomo. “Adesso torna indietro” disse Gudo quando ebbero percorso le dieci miglia. “Voglio seguirti per il resto della mia vita” dichiarò l’uomo.

_________________
Dr. Massimiliano Zisa
Psicologo e Psicoterapeuta e Ipnotista
Socio Ordinario della Società Italiana Ipnositerapia e Psicoterapia Ericksoniana
Research Staff Monitor Ricerche Cliniche della S. C. Oncologia dell'A.S.F. di Firenze

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Zisa



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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:41 pm    Oggetto: Rispondi citando

Ah, si?

Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della siua vita. Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.

La cosa mandò i genitori su tutte le furie.La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non potè più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.

I genitori furibondi andarono dal maestro. “Ah si?” disse lui come tutta risposta.

Quando il bambino acque , lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.

Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.

La madre ed il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino. Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu “Ah si?”

_________________
Dr. Massimiliano Zisa
Psicologo e Psicoterapeuta e Ipnotista
Socio Ordinario della Società Italiana Ipnositerapia e Psicoterapia Ericksoniana
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Zisa



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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:42 pm    Oggetto: Rispondi citando

Nessuna Pietà

In Cina c’era una vecchia che da oltre 30 anni manteneva un monaco. Gli aveva costruito una piccola capanna e gli dava da mangiare mentre lui meditava. Un bel giorno si domandò quali progressi egli avesse fatto in tutto quel tempo.

Per scoprirlo, si fece aiutare da una ragazza piena di desiderio. “Và da lui e abbraccialo” le disse “e poi domandagli di punto in bianco ” e adesso?”.

La ragazza andò dal monaco e senza tante storie cominciò ad accarezzarlo, domandandogli che cosa si proponesse di fare con lei.

“Un vecchio albero cresce su una roccia fredda nel cuore dell’inverno” rispose il monaco non senza un certo lirismo. “Non c’è più calore in nessun luogo”. La ragazza andò a riferire alla vecchia quel che lui le aveva detto.

“E pensare che ho mantenuto quel vecchio per vent’anni! ” Proruppe la vecchia indignata. “Non a dimostrato la minima considerazione per i tuoi bisogni, non si è nemmeno provato a capire la tua situazione. Non era necessario che rispondesse alla passione, ma avrebbe dovuto almeno dmostrare una certa pietà”

Andò senza indugio alla capanna del monastero, vi appiccò fuoco e la distrusse.

_________________
Dr. Massimiliano Zisa
Psicologo e Psicoterapeuta e Ipnotista
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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:44 pm    Oggetto: Rispondi citando

La brocca
Il maestro Pai-chang voleva scegliere un monaco cui affidare l'incarico di aprire un nuovo monastero. Convocò i suoi discepoli, pose una brocca sul pavimento e disse loro: "Sceglierò chi saprà descrivere questa brocca senza nominarla". "È un vaso di forma rotondeggiante, con un manico e un becco" rispose il più colto dei suoi allievi. "È un recipiente di colore grigio e serve per contenere acqua o altri liquidi" disse un altro. "Non è uno zoccolo" intervenne un terzo più spiritosamente.

Gli altri monaci non dissero nulla, perché erano convinti di non poter escogitare definizioni migliori. "Non c'è nessun altro?" domandò il maestro. Allora si alzò Kuei-shan, che nel monastero era un semplice inserviente. Egli prese la brocca in mano e la mostò a tutti senza dire nulla. Pai-chang dichiarò: "Kuei-shan sarà l'abate del nuovo monastero".


Commento:
Il nome - la parola, la definizione - indica la cosa ma non è la cosa. Non bisogna mai confondere il piano dei concetti - il livello mentale - con il piano della realtà. Nessuna descrizione della brocca potrà mai sostituirsi alla brocca stessa.

Quale sarà dunque la natura ultima delle cose? Certamente, (non) quella definibile con parole o con idee. Nella meditazione Zen, ci si rapporta alle cose senza il velo delle parole e dei pensieri: si cerca di scoprire la realtà al di là della mente condizionata.
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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:45 pm    Oggetto: Rispondi citando

Il dito e la luna

Una sera di plenilunio, il maestro Pai-chang chiamò i suoi allievi e disse loro: "chi ha capito l'insegnamento zen dev'essere in grado di spiegare che cos'è la luna senza nominarla".
Uno dei discepoli pensò: "Questa volta non posso sbagliare". Sollevò il braccio e con il dito indicò la luna.
Pai-chang gli afferrò il dito e glielo storse. "E adesso dov'è la luna?" domandò.
Il monaco si risvegliò.


Commento:
Non esiste solo il linguaggio delle parole: anche i gesti le espressioni e lo stesso silenzio constituiscono un linguaggio. Quando lo Zen dice che dobbiamo cogliere la verità (oltre la mente), si riferisce a qualsiasi tipo di espressione escogitata dall'uomo. Il monaco che aveva creduto di risolvere questo caso in modo simile al precedente aveva in realtà utilizzato solo un altro tipo di linguaggio. Ma non era riuscito a "dire" che cosa fosse la luna. Come recita un detto zen, "il dito che indica la luna non è la luna". Non dobbiamo illuderci che il "senso delle cose" sia stato concepito (per) l'uomo. "Il cielo e la terra sono disumani" dichiara in tal senso Lao-tzu. Dopo aver (parlato) delle cose, abituiamoci a togliere il "dito" e a guardare la realtà senza simboli.
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gaetano
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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:46 pm    Oggetto: Rispondi citando

Opinioni

Un giorno un re riunì alcuni ciechi e propose loro di toccare un elefante per constatare come fosse fatto.
Alcuni afferrarono la proboscide e dissero: "Abbiamo capito: l'elefante è simile a un timone ricurvo".
Altri tastarono gli orecchi e dichiararono: "È simile a un grosso ventaglio".
Quelli che avevano toccato una zanna dissero: "Assomiglia a un pestello".
Quelli che avevano accarezzato la testa dissero: "Assomiglia a un monticello".
Quelli che avevano tastato il fianco dichiararono: "È simile a un muro".
Quelli che avevano toccato una gamba dissero: "È simile a un albero".
Quelli che avevano preso la coda dissero: "Assomiglia a una corda".
Ognuno era convinto della propria opinione. E, a poco a poco, la loro discussione divenne una rissa.
Il re si mise a ridere e commentò: "Questi ciechi discutono e altercano. Il corpo dell'elefante è naturalmente unico, e sono solo le differenti percezioni che hanno provocato le loro diverse valutazioni e i loro errori".


Commento:
Questa parabola buddhista mette in evidenza la parzialità delle opinioni e delle dottrine umane, che portano a scontri e a guerre. tutti pretendono di aver ragione, di essere in possesso della verità, di aver avuto esperienze inoppugnabili. E, in un certo senso, tutti affermano un brandello della verità. Ma, per poter cogliere l'essenza delle cose, occorre saper prescindere da idee preconcette: occorre trascendere dalla propria mente. Meditare significa cancellare il bagaglio delle esperienze accumulate per rapportarsi direttamente alla realtà.
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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:49 pm    Oggetto: Rispondi citando

La partita a scacchi

Un giovane si presentò ad un maestro zen e gli dichiarò: "Vorrei raggiungere la liberazione dalla sofferenza promessa dal Buddha. Ma non sono capace di lunghi sforzi e non sono in grado di meditare. Esiste una via che posso seguire?"
"Che cosa sai fare?" gli domandò il maestro. "Niente."
"Ma c'è qualcosa che ti piace fare?"
"Giocare a scacchi."
Il maestro fece portare una scacchiera e una spada. Poi chiamò un giovane monaco e disse: "Chi di voi due vincerà questa partita a scacchi raggiungerà la liberazione. Chi perderà sarà ucciso con questa spada. Accettate?
I due giovani acconsentirono e incominciarono a giocare. Sapendo che era una questione di vita o di morte, si concentrarono come non avevano mai fatto. A un certo punto il primo giovane si trovò in vantaggio e pensò che la vittoria era sicura. Guardò il suo avversario e si accorse che il maestro aveva sollevato la spada sulla sua testa. Allora ne ebbe compassione e compì un errore deliberato. Ora era lui che stava per perdere. Vide che il maestro aveva spostato la spada sulla sua testa... e chiuse gli occhi.
La spada si abbatté sulla scacchiera. "Non c'è né vincitore nè vinto" proclamò il maestro "e quindi non taglierò la testa a nessuno".
Poi aggiunse rivolto al primo giovane: "Due sole cose sono necessarie: la concentrazione e la compassione. E tu le hai sperimentate entrambe. Questa è la via che cerchi".

Commento:
La Via è dunque aperta a tutti. Per percorrerla non sono necessarie doti straordinarie: tutti sappiamo concentrarci quando una cosa ci piace o quando è questione di vita o di morte; e tutti possiamo provare un attimo di compassione.
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MessaggioInviato: Mar Ago 01, 2006 7:50 pm    Oggetto: Rispondi citando

Il burrone

Un monaco si lamentò con il suo maestro perché non riusciva a raggiungere il satori.
"La colpa è tua" gli rispose il maestro.
"In che cosa sbaglio? Che cosa mi manca?" domandò l'allievo.
"Vieni con me, e te lo mostrerò."
Il maestro chiamò un altro discepolo, che era cieco, e tutt'e tre si recarono sulla montagna, in un punto in cui uno stretto tronco era stato gettato su un burrone.
"Attraversa!" disse il maestro al primo monaco.
Il poveretto guardò il fondo del burrone, il debole tronco e rispose: "Non posso: ho paura".
Allora il maestro si rivolse al discepolo cieco e gli diede lo stesso ordine.
Il monaco attraversò senza esitare il burrone.
"Hai capito?" domandò il maestro al primo monaco.


Commento:
È sempre la paura il sentimento che si oppone al nostro risveglio: la paura di essere autonomi, la paura dell'ignoto, la paura di perdere il proprio ego, la paura della responsabilità. Eppure, per colmare il divario, per raggiungere l'altra riva, è necessario affrontare l'abisso; e questo non può essere fatto se non si eliminano i mille timori che ci accompagnano nell'attraversamento. Il coraggio è indispensabile sulla Via della liberazione, come, d'altronde, in tutte le imprese fondamentali della vita. Come recitano dei versi di Wu-men, si tratta di "Camminare sul filo d'una lama, correre sulla cresta del ghiaccio, non preoccuparsi della scala, lasciare il sostegno sul precipizio."
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psi32
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 12:01 am    Oggetto: Rispondi citando

Un professore si presenta in aula con un vaso trasparente. Lo pone sulla cattedra e dopo averlo riempito di grosse poetre chiede agli studenti: "E' pieno?". Gli studenti rispondono: "si!".

Il professore prende dei sassolini e li fa cadere nel nel vaso. Quando vede che non ce ne stanno più, chiede: "E' pieno?"; gli studenti, ora consapevoli: "no". allora il professore versa della sabbia. Quando vede che non ce ne sta più, chiede: "e' pieno?"; e gli studenti ancora "no". Il professore prende dell'acqua e lentamente la versa nel vaso; quando vede che è all'arlo, chiede: "E' pieno?"; e gli studenti ora: "Si".

Allora il professore aggiunge un profumato petalo di rosa.
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Psi32
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 12:13 am    Oggetto: Rispondi citando

Quando Bankei predicava nel tempio Ryumon, un prete Shinshu, che credeva nella salvezza ottenuta ripetendo il nome del Buddha dell’Amore, si ingelosì del suo vasto pubblico e volle discutere con lui.
Bankei stava parlando allorché comparve il prete, ma questo creò una tale confusione che Bankei si interruppe e domandò che cosa fosse tutto quel baccano.
«Il fondatore della nostra setta» si vantò il prete «aveva poteri così miracolosi che stando su una riva del fiume con un pennello in mano riusciva a scrivere attraverso l’aria il sacro nome di Amida su un foglio che un suo assistente reggeva sull’altra riva.
Tu puoi fare questa cosa prodigiosa?
Bankei rispose gaiamente: «Forse questo gioco di prestigio può farlo la tua volpe, ma non è questo il modo dello Zen. Il mio miracolo è che se ho fame mangio, e se ho sete bevo».


Un maestro zen si era fermato, durante un viaggio, in un tempio.
Poiché faceva freddo, per non morire congelato, aveva preso una statua di legno del Buddha e le aveva dato fuoco.
Il custode del tempio, vedendo le fiamme, si era svegliato ed era accorso: credeva che si trattasse di un incendio.
Quando vide quel che succedeva, fu sconvolto dal sacrilegio. "Che cosa hai fatto?" gridò. "Hai bruciato il corpo del Buddha!"
Il maestro prese un bastone e si mise a frugare tra le ceneri.
"E ora che cosa fai?" gli domandò il custode.
"Cerco le ossa del Buddha."
"Quali ossa? Non vedi che è una statua di legno?"
"Allora, per favore, portami un altro Buddha da bruciare."


Durante un viaggio verso il tempio di Hosaka, il Maestro Tezui rifletteva sullo Zen quando fu bloccato da un bandito mongolo. Tezui non si spaventò in seguito alla minaccia del bandito:
"Dammi tutti i tuoi averi se vuoi salva la vita!".
Il maestro fece un passo in avanti e allargando le braccia disse:
"Prendi pure..."
"Vuoi forse morire?" chiese il mongolo.
Tezui rispose serafico: "Io ti sto offrendo tutti i miei averi: me stesso. Ora tu mantieni la promessa, e lasciami salva la vita".


Gli insegnanti di Zen abituano i loro giovani allievi a esprimersi. Due templi Zen avevano ciascuno un bambino che era il prediletto tra tutti. Ogni mattina uno di questi bambini, andando a comprare le verdure, incontrava l’altro per la strada.
«Dove vai?» domandò il primo.
«Vado dove vanno i miei piedi» rispose l’altro.
Questa risposta lasciò confuso il primo bambino, che andò a chiedere aiuto al suo maestro. «Quando domattina incontrerai quel bambino,» gli disse l’insegnante «fagli la stessa domanda. Lui ti darà la stessa risposta, e allora tu domandagli: “Fa’ conto di non avere i piedi: dove vai, in quel caso?”. Questo lo sistemerà».
La mattina dopo i bambini si incontrarono di nuovo.
«Dove vai?» domandò il primo bambino.
«Vado dove soffia il vento» rispose l’altro.
Anche stavolta il piccolo rimase sconcertato, e andò a raccontare al maestro la propria sconfitta.
«E tu domandagli dove va se non c’è vento» gli consigliò il maestro.
Il giorno dopo i ragazzi si incontrarono per la terza volta.
«Dove vai?» domandò il primo bambino.
«Vado al mercato a comprare le verdure» rispose l’altro.


Un monaco chiese:
"Chi è il mio Maestro?"
Chao Chou rispose:
"Le nuvole stanno passando tra le montagne -
Cadendo nella valle, l'acqua non fa rumore."
Il monaco disse:
"Non è questo quello che ho chiesto."
Chao Chou disse:
"La natura è il tuo Maestro.
Sei tu che non te ne accorgi."


Un monaco curioso chiese: "Cos'è la Via?".
"E' proprio di fronte ai tuoi occhi!" Rispose il maestro.
"Perché non riesco a vederla da me?".
"Perché stai pensando a te!".
"E tu? La puoi vedere?" Chiese ancora il monaco.
"Finché tu vedi doppio, e dici - io non vedo e tu vedi - e così via,
i tuoi occhi restano annebbiati"
Rispose il maestro.
"Quando non c'è né io né tu, posso vederla?" Insistette l'allievo.
"Quando non c'è né io né tu, chi è che vuole vederla?"
Come il cielo vuoto, non ha confini.
Eppure è proprio qui,
sempre profondo e chiaro.
Quando cerchi di conoscerlo, non puoi vederlo.
Non puoi aggrapparti ad esso,
ma nemmeno puoi perderlo.
Nel non riuscire ad afferrarlo, lo ottieni.
Quando sei in silenzio, parla;
quando parli, è in silenzio.
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Psi32
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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 12:21 am    Oggetto: Rispondi citando

Un maestro offri al suo discepolo un melone.
" Come ti sembra? " gli domandò. " Ha gusto? ".
" Oh, si! Un gusto squisito! " rispose il discepolo.
Il maestro gli pose allora questa domanda: " Dov'è il gusto, nel melone o nella lingua? ".
Il discepolo rifletté e si addentrò nei meandri di un complesso ragionamento: "Il sapore deriva dell'interdipendenza, non solo tra il gusto del melone e quello della lingua, ma anche dall'interdipendenza tra...".
"Stolto! Tre volte stolto!" lo interruppe il maestro, in un impeto d'ira. "Perché complichi il tuo modo di pensare? Il melone è buono. Basta questo per spiegarne il gusto. La sensazione è buona. Di altro non c'è bisogno".

Un uomo ricco chiese a Sengai di scrivergli qualche cosa per la continua prosperità della sua famiglia, così che si potesse custodirla come un tesoro di generazione in generazione. Sengai si fece dare un grande foglio di carta e scrisse: «Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote».
L’uomo ricco andò in collera. «Io ti avevo chiesto di scrivere qualcosa per la felicità della mia famiglia! Perché mi fai uno scherzo del genere? ».
«Non sto scherzando affatto» spiegò Sengai. «Se prima che tu muoia dovesse morire tuo figlio, per te sarebbe un grande dolore. Se tuo nipote morisse prima di tuo figlio, ne avreste entrambi il cuore spezzato. Se la tua famiglia, di generazione in generazione, muore nell’ordine che ho detto, sarà il corso naturale della vita. Questa per me è la vera prosperità».


Matajuro Yagyu era il figlio di un famoso spadaccino. Suo padre, convinto che l’attitudine del figlio fosse troppo scarsa per fargli raggiungere la maestria, lo disconobbe. Così Matajuro andò sul Monte Futara e là trovò il famoso spadaccino Banzo. Ma Banzo confermò il giudizio del padre. «Tu vuoi imparare a maneggiare la spada sotto la mia guida?» domandò Banzo. «Ti mancano i requisiti indispensabili ».
«Ma se lavoro sodo, quanti anni mi ci vorranno per diventare un maestro?» insistette il giovane.
«Il resto della tua vita» rispose Banzo. «Non posso aspettare tanto» disse Matajuro. «Se accetti di darmi lezione, sono pronto a sottopormi a qualunque fatica. Se divento il tuo devotissimo servo, quanto tempo ci vorrà? ».
«Oh, dieci anni, forse» disse Banzo addolcendosi.
«Mio padre si sta facendo vecchio e presto dovrò prendermi cura di lui» continuò Matajuro. « Se lavoro ancora più assiduamente, quanto tempo mi ci vorrà?».
«Oh, forse trent’anni» rispose Banzo.
«Ma come!» disse Matajuro. «Prima hai detto dieci anni, e ora trenta! Accetterò qualunque privazione pur di imparare quest’arte nel tempo più breve!».
«Be’,» disse Banzo «allora dovrai restare con me settant’anni. Un uomo che ha tanta fretta di ottenere dei risultati raramente impara alla svelta».
«E va bene» dichiarò il giovane, comprendendo infine che si gli stava rimproverando la sua impazienza. «Accetto».
Matajuro ebbe l’ordine di non parlare mai di scherma e di non toccare mai una spada. Cucinava per il suo maestro, lavava i piatti, gli rifaceva il letto, puliva il cortile, curava il giardino, tutto senza che si parlasse mai di scherma.
Passarono tre anni. Matajuro continuava a lavorare. Pensando al proprio avvenire era triste. Non aveva ancora cominciato a imparare l’arte alla quale aveva votato la propria vita.
Ma un giorno Banzo scivolò alle sue spalle e gli diede un colpo terribile con una spada di legno.
L’indomani, mentre Matajuro stava cucinando del riso, Banzo tutt’a un tratto gli saltò di nuovo addosso.
Da allora, giorno e notte, Matajuro dovette difendersi dagli assalti inaspettati. Non c’era giorno, non c’era momento che non dovesse pensare al sapore della spada di Banzo.
Imparò così in fretta che la faccia del suo maestro era raggiante di sorrisi. Matajuro divenne il più grande spadaccino del paese.


Zengetsu, un maestro cinese della dinastia T’ang, scrisse per i suoi allievi i seguenti consigli:
Vivere nel mondo e tuttavia non stringere legami con la polvere del mondo è la linea di condotta di un vero studente di Zen.
Quando assisti alla buona azione di un altro, esortati a seguire il suo esempio. Nell’aver notizia dell’errore di un altro, raccomandati di non imitarlo.
Anche da solo in una stanza buia comportati come se avessi di fronte un nobile ospite. Esprimi i tuoi sentimenti, ma non diventare più espansivo di quanto la tua vera natura ti detti.
La povertà è il tuo tesoro. Non barattarla mai con una vita agiata.
Una persona può sembrare sciocca e tuttavia non esserlo. Può darsi che stia solo proteggendo con cura il suo discernimento.
Le virtù sono i frutti dell’autodisciplina e non cadono dal cielo da sole come la pioggia o la neve.
La modestia è il fondamento di tutte le virtù. Lascia che i tuoi vicini ti scoprano prima che tu ti sia rivelato.
Un cuore nobile non si mette mai in mostra. Le sue parole sono come gemme preziose, sfoggiate raramente e di grande valore.
Per uno studente sincero, ogni giorno è un giorno fortunato. Il tempo passa ma lui non resta mai indietro. Né la gloria né l’infamia possono commuoverlo.
Critica te stesso, non criticare mai gli altri. Non discutere di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato.
Alcune cose, benché giuste, furono considerate sbagliate per intere generazioni. Poiché è possibile che il valore del giusto sia riconosciuto dopo molti secoli, non c’è alcun bisogno di pretendere un riconoscimento immediato. Vivi con un fine e lascia i risultati alla grande legge dell’universo. Trascorri ogni giorno in serena contemplazione.
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Ospite






MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 12:23 am    Oggetto: Rispondi citando

Il lupo e l’agnello
Favola Fedro

Un lupo e un agnello, erano giunti al medesimo ruscello spinti dalla sete; il lupo era superiore (in un luogo più alto) l’agnello di gran lunga in basso. Allora il brigante sollecitato dalla sua insaziabile fame suscitò un pretesto per litigare. «Perché», disse, « mi hai reso torbida l’acqua che bevevo?». L’agnello, timoroso, di rimando : «In che modo posso di grazia fare ciò che ti lamenti, lupo? L’acqua scorre da te alle mie labbra». Quello spinto dalla forza della verità: «Hai sparlato di me, sei mesi fa». L’agnello rispose: «In verità non ero nato». «Tuo padre in verità, quello aveva sparlato di me». E così afferra l’agnello e lo sbrana per un’ingiusta morte. Questa favola è stata scritta per quegli uomini, che opprimono gli innocenti con finti pretesti.
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latham
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Registrato: 19/02/06 19:53
Messaggi: 670

MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 9:10 am    Oggetto: Rispondi citando

Le fiamme e la caldaia
di Leonardo da Vinci

In mezzo alla tiepida cenere era rimasto un tizzo di carbone ancora acceso. Con grande penuria e con molta parsimonia consumava le sue ultime energie, nutrendosi del minimo indispensabile per non morire.
Ma giunse l'ora di mettere la minestra sul fuoco, e perciò il focolare fu rifornito di nuova legna. Uno zolfanello, con la sua piccola fiamma, resuscitò il tizzo che pareva ormai spento; e una lingua di fuoco guizzò fra la legna, sopra alla quale era stata appesa la caldaia.
Rallegrandosi per i ceppi ben secchi che gli erano stati appoggiati sopra, il fuoco cominciò ad innalzarsi, cacciando via l'aria che sonnecchiava fra un legno e l'altro; e scherzando con la nuova legna, e divertendo si a correre di sopra e di sotto, come un tessitore di se stesso, si allargava sempre di più.
Cominciò, quindi, a far spuntare le sue lingue fuori della legna, aprendosi molte finestre, dalle quali sprizza va manciate di rutilanti faville: le tenebre che invadevano la cucina si allontanarono e fuggirono; mentre, sempre più gioiose, le fiamme crescevano scherzando con l'aria circostante, e incominciavano a cantare con un soave e dolce crepitio.
Il fuoco, vedendosi ormai così cresciuto sopra alla legna, incominciò a mutare il suo animo, di solito mansueto e tranquillo, in gonfia e antipatica superbia, illudendosi di esser lui ad attirare su quei pochi legni il dono della fiamma.
Si mise a sbuffare, a riempire di scoppi e di sfavillamenti tutto il focolare; drizzò le sue grandi fiamme verso l'alto, deciso a partire per un volo sublime.... e andò a sbattere nel fondo nero della caldaia.

Il granchio

di Leonardo da Vinci

Un granchio si accorse che molti pesciolini, anziché avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti intorno ad un masso.
L'acqua era limpida come l'aria, e i pesci nuotavano tranquilli godendosi l'ombra e il sole.
Il granchio attese la notte, e quando fu sicuro che nessuno lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso.
Da quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana spiava i pesciolini, e quando gli passavano vicino li acciuffava e li mangiava.
- Non è bello ciò che stai facendo - brontolò il masso - Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti.
Il granchio non ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore prelibato.
Ma un giorno, all'improvviso, venne la piena. Il fiume si gonfiò, investì con grande forza il masso, che rotolò nel letto del fiume, schiacciando il granchio che gli stava sotto.

Il ragno e l'uva

di Leonardo da Vinci

Un ragno, dopo essere stato per molti giorni ad osservare il movimento degli insetti, si accorse che le mosche accorrevano specialmente verso un grappolo d'uva dagli acini grossi e dolcissimi.
- Ho capito disse fra sé.
Si arrampicò, dunque, in cima alla vite, e di lassù, con un filo sottile, si calò fino al grappolo installandosi in una celletta nascosta fra gli acini. Da quel nascondiglio incominciò ad assaltare, come un ladrone, le povere mosche che cercavano il cibo; e ne uccise molte, perché nessuna di loro sospettava la sua presenza.
Ma intanto venne il tempo della vendemmia. Il contadino arrivò nel campo colse anche quel grappolo, e lo buttò nella bigoncia, dove fu subito pigiato insieme agli altri grappoli.
L'uva, così, fu il fatale tranello per il ragno ingannatore, che morì insieme alle mosche ingannate.

Il fico
di Leonardo da Vinci

C'era una volta un fico che non aveva frutti.
Tutti gli passavano accanto, ma nessuno lo guardava. A primavera spuntavano anche a lui le foglie, ma d'estate, quando gli altri alberi si caricavano di frutti, sui suoi rami non compariva nulla.
- Mi piacerebbe tanto esser lodato dagli uomini - sospirava i fico. - Basterebbe che riuscissi a fruttificare come le altre piante.
Prova e riprova, finalmente, un'estate, si trovò pieno di frutti anche lui. Il sole li fece crescere, li gonfiò, li riempì di dolce sapore.
Gli uomini se ne accorsero. Anzi, non avevano mai visto un fico così carico di frutti: e subito fecero a gara a chi ne coglieva di più. Si arrampicarono sul tronco, con i bastoni piegarono i rami più alti, col loro peso ne stroncarono parecchi: tutti volevano assaggiare quei fichi deliziosi, e il povero fico, ben presto, si ritrovò piegato e rotto.

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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 9:10 am    Oggetto: Rispondi citando

La gobba del cammello

di Rudyard Kipling

Narrerò ora, nel secondo racconto, come spuntò la gobba al Cammello.
All'inizio del mondo, quando tutto era ancora nuovo, e gli Animali avevano appena incominciato a lavorare per l'Uomo, viveva, in mezzo al Deserto Ululante, un Cammello, che era proprio un gran fannullone, tanto che mangiava rametti e pruni, tamarischi e altre erbe, che poteva trovare nel deserto senza scomodarsi troppo; e quando Qualcuno gli rivolgeva la parola, rispondeva: - Bah! - solo: - Bah! - e nient'altro.
Perciò, un lunedì mattina, il Cavallo andò da lui, con la sella sulla schiena e il morso in bocca, e disse: - Cammello, ehi, Cammello, vieni fuori a trottare come tutti noi.
- Bah! - fece il Cammello; e il Cavallo se ne andò e lo riferì all'Uomo.
Poi andò da lui il Cane, con un pezzo di legno in bocca; e disse: - Cammello, ehi, Cammello, vieni a stanare la selvaggina come tutti noi.
- Bah! - fece il Cammello; e il Cane se ne andò e lo riferì all'Uomo.
Poi andò da lui il Bue, con il giogo sul collo, e disse: - Cammello, ehi, Cammello, vieni ad arare come tutti noi.
- Bah! - fece il Cammello, e il Bue se ne andò e lo riferì all'Uomo.
Sul finire del giorno l'Uomo chiamò a raccolta il Cavallo, il Cane e il Bue e tenne loro questo discorsetto: - O miei Tre, sono molto spiacente per voi (con il mondo ancora tutto nuovo); quel Fannullone nel deserto non vuol proprio lavorare, mentre ormai dovrebbe già essere qui come voi; per cui sono costretto lasciarlo solo, e voi dovrete lavorare il doppio per supplirlo.
Ciò irritò molto i Tre (con il mondo ancora tutto nuovo); ed essi si riunirono al confine del Deserto a congiurare; e venne anche il Cammello, più indolente che mai, ruminando erba, e rise loro in faccia. Poi fece: - Bah! - e se ne andò.
Allora arrivò il Genio che ha in custodia Tutti i Deserti, avvolto in una nube di polvere (i Geni viaggiano sempre in questo modo, perché è Magia), e si fermò a parlare coi Tre.
- Genio di Tutti i Deserti, - disse il Cavallo, - è giusto che qualcuno se ne stia in ozio con il mondo tutto nuovo?
- No di certo, - rispose il Genio.
- Ebbene, - soggiunse il Cavallo, - c'è un animale in mezzo al tuo Deserto Ululante, con lungo collo e lunghe gambe che non ha fatto ancora niente da lunedì mattina. Non vuole trottare.
- Ohibò! - esclamò il Genio; - per tutto l'oro dell'Arabia, ma questo è il mio Cammello! e che scusa trova?
- Dice: "Bah!" - disse il Cane; - e non vuole andare a stanare la selvaggina.
- Dice qualcos'altro?
- Solo: "Bah!" e non vuole arare, - disse il Bue.
- Benissimo, - fece il Genio; - se avete la pazienza di aspettare un minuto lo farò sgobbare io.
Il Genio si avvolse nel suo mantello di polvere, andò nel deserto, e trovò il Cammello più indolente che mai, che rimirava la sua immagine riflessa in una pozza d'acqua.
- Mio lungo e indolente amico, - disse il Genio, - ho sentito sul tuo conto cose che ti fanno poco onore. È vero che non vuoi lavorare?
- Bah! - rispose il Cammello.
Il Genio si sedette, col mento fra le mani, e si accinse ad escogitare qualche grande incantesimo, mentre il Cammello continuava a rimirare la sua immagine riflessa nell'acqua.
- Tu hai costretto i Tre a lavorare il doppio da lunedì mattina, e tutto per colpa della tua insopportabile pigrizia - disse il Genio, e continuò a pensare incantesimi col mento fra le mani.
- Bah! - fece il Cammello.
- Non lo ripeterei più se fossi in te, - disse il Genio; - potresti dirlo una volta di troppo. Fannullone, voglio che tu lavori.
E il Cammello ripeté ancora: - Bah! - ma non aveva ancora finito di dirlo, che vide il suo dorso, del quale era così orgoglioso, gonfiarsi e gonfiarsi finché si formò su di esso una grande, immensa, traballante gob-bah.
- Vedi cosa ti è successo? - disse il Genio; - questa gobba te la sei voluta proprio tu, con la tua pigrizia. Oggi è giovedì, e tu non hai fatto ancora nulla, mentre il lavoro ha avuto inizio lunedì. Ora devi andare a lavorare.
- Come è possibile, - protestò il Cammello, - con questa gobbah sulla schiena?
- Anzi, è fatta apposta, - replicò il Genio, - perché hai perso quei tre giorni. Ora potrai lavorare per tre giorni senza mangiare, perché puoi vivere a spese della tua gobbah; e non ti venga in mente di dire che non ho fatto niente per te. Esci dal deserto, vai a raggiungere i Tre, e comportati bene. E sgobba!
E il Cammello andò a raggiungere i Tre, e sgobbò, nonostante la gobba. E da quel giorno in poi il Cammello ebbe sempre la gobbah (noi, ora, la chiamiamo gobba per non offenderlo); ma non è ancora riuscito a recuperare i tre giorni che ha perso all'inizio del mondo, e non ha ancora imparato a comportarsi come si deve.

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MessaggioInviato: Mer Ago 02, 2006 9:11 am    Oggetto: Rispondi citando

Gli sciacalli e l'elefante

di Leone Tolstoj


Chi sciacalli avevano mangiato tutte le carogne che c'erano nei bosco, e non avevano più da mangiare. Ed ecco che a un vecchio sciacallo venne in mente un modo di trovare da sfamarsi. Andò dall'elefante e g1i disse:
- Noialtri avevamo un re, ma da un po' di tempo non fila dritto: ci ordina di fare certe cose, che non è possibile eseguire. Noi ci vogliamo scegliere un altro re, e il nostro popolo mi ha mandato appunto a pregarti di diventare tu il re nostro. Si campa bene, da noi: qualunque cosa tu ci comanderai, noi la faremo, e ti rispetteremo in tutto. Vieni nel nostro regno.
L'elefante acconsentì, e andò dietro allo sciacallo. Lo sciacallo lo condusse in una palude. Quando l'elefante fu ben affondato nel fango, lo sciacallo gli disse:
- Adesso, comanda pure: qualunque cosa ci ordini, noi la faremo.
L'elefante rispose: - Io vi comando di tirarmi fuori di qui.
Lo sciacallo si mise a ridere, e disse: - Attaccati con la proboscide alla coda mia, e subito ti tiro fuori.
Rispose l'elefante: - Ti pare possibile con la coda, tirar fuori me?
Allora lo sciacallo gli disse: - E perché, dunque, tu comandi una cosa che non si può fare? Apposta abbiamo cacciato via il re di prima, perché ci comandava certe cose che non si potevano eseguire. Quando l'elefante, lì nella palude, fu morto, gli sciacalli vennero e se lo mangiarono.

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